Buffy

Posted by Enricoditvdiari | Brodo | giovedì 28 settembre 2006 17:40

Camicia And a quadri azzurri.
Jeans Levi’s Red Tab.
Cintura Paul Smith.
Ciabatta De Fonseca.
Baffo Deutch.

Traccia rumorosità autoreferenziali: un pezzo a caso dei With Love

Datemi un gessetto, lo voglio dare in testa…

Posted by Enricoditvdiari | Brodo | mercoledì 27 settembre 2006 15:03

Ho un debole per i madonnari.
Più in generale ho un debole
per tutte le tracce urbane.
Scritte sui muri.
Graffiti.
Persino le chewingum schiacciate al suolo.
Ogni traccia è un indizio.

La mia preferita è una scritta
sulla faccia rotonda dell’acquedotto
di Maniago.

Recita:
W Cunanan.

E’ strana.
E’ un moto d’orgoglio di fine anni ’90 contro il Fashion System?
E’ un semplice omofobo di provincia?
E’ un gay invidioso?
Non lo so.
Mi piacerebbe scoprirlo.

Come del resto quella piccola uscita di sicurezza
accanto alla Upim di Trieste.
Centinaia di “big babol” ben spalmate sull’asfalto.
Strano.
Capisco sotto il mio ufficio.
Ma lì.
Di lì non ci passa nessuno.
Quella è una via buia.
Salvo poi scoprire che è la zona fumatori delle commesse Upim.
E si sa…non sei una vera commessa se non rumini.

Ma il debole per i madonnari è il più forte di tutti.
Mi incantano.
Rimango ore a guardare i contorni che prendono forma.
Rimango affascinato dall’idea della performance urbana.
Solo lì.
Solo in quel momento.
Il tempo di una pioggia.
Il tempo di migliaia di passeggiate.
E il dipinto scomparirà.
E la migliore fotografia resta il ricordo.

Da piccolo impazzivo per il madonnaro sotto i portici di Treviso.
Assomigliava vagamente a Tiziano Terzani.
Ma era meno buono di lui.
E soprattutto meno invadente.
Contornava le sue Madonne di madonne.
Bestemmiava allegramente se sfioravi la sua opera.
Riusciva a dare un profilo Noir-Macho persino a San Sebastiano.

Quando sono sbarcato a Trieste nel ’94.
Quando Trieste – zona Stazione, sembrava ancora Danzica
e la principessa Sissi era un film e non una statua.

Lì c’era un madonnaro meraviglioso.
Solare.
Veloce.
Naive.

Non l’ho più rivisto.
Era il 1998.

Oggi, nel 2006, constato che la modernità liquida vale anche per madonnari.
Madonnari post-moderni.

Sono tre giorni che lo tengo d’occhio.
Il primo giorno l’ho visto da lontano.
Un madonnaro.
Barba lunga e sandalo.
Passo in fretta e dico “Cazzo non male”.
Ma ho troppa fretta.
La new economy mi aspetta.

Il secondo giorno passo ancora veloce.
Il dipinto sta prendendo una splendida forma.

Il terzo giorno. Oggi.
Scendo dal mio autobus
esattamente di fronte al suo dipinto.
La punta tonda delle mie adidas
solca il bordo di una madonna con bambino.

Mi abbasso.
Controllo per essere certo dell’orrore che mi sta avvolgendo.
Il madonnaro sta dipingendo su un foglio A3.
C’è lo scotch attorno al dipinto.

Il madonnaro si alza.
Mi guarda.
Lo guardo.

“Scusi ma lei sta dipingendo su dei fogli di carta?”
“Eh?”

Fermi tutti.
Ferma tutto.

Se fossi Erving Goffman vi direi
che quando una persona risponde
“eh?” nel 90% dei casi non è perchè non ha capito
cosa gli state dicendo e se lo vuole far ripetere.
Ha capito benissimo.
Solo che sta prendendo il tempo necessario
per preparare la risposta.

“Sta dipingendo su un foglio di carta?”
“Sì”
“E perchè non dipinge sul cemento?”
“Perchè così me li arrotolo e me li porto via e il giorno dopo li continuo da un’altra parte. Adesso fanno tutti così”

Così fan tutti.

Accompagna la delusione: Radioactivity dei Trabant

Prima della parola fine

Posted by Enricoditvdiari | Brodo | mercoledì 20 settembre 2006 13:59

Abbiamo visto tutto.
Manca solo una cosa.

Abbiamo visto.
Madri e figlie.
Situazioni sociali e famigliari tra le più disparate.

Abbiamo visto
star della televisione abbandonare per astinenza da coca,
parrucchiere e massaggiatori di alluci altrui,
tronisti decaduti.

Abbiamo visto
un parto in diretta,
svariati tradimenti in diretta,
amori e odii.

Abbiamo visto
naufraghi e secchioni,
abbiamo visto senza mai averla vista
Milica Miletic vincere migliaia di euro.
Stessa sorte per Monica.
La casalinga.

Abbiamo visto diaristi
alle prese coi propri cazzi quotidiani.

Un paio di orge.
Una vomitata nella suite.
Abbiamo visto talmente tante cose
e tanti casi
che domani potremmo aprire,
citando un mio guru,
un corso di laurea nuovo:
Sociologia dei Reduci da Reality.

Ma ci manca un pezzo del puzzle.

Una cosa che non abbiamo mai visto.

O che non avete mai mostrato.
E che vogliamo vedere
prima di mettere fine al tutto.
E i tempi sono maturi.
E le trasmissioni di quest’anno promettono bene.

La morte.

La vogliamo vedere con la colonna sonora di Quake a palla

Buon Compleanno

Posted by Enricoditvdiari | Brodo | lunedì 18 settembre 2006 14:18

Il 15 settembre di 17 anni fa.
Era il mio primo giorno di scuola.
Scuola nuova.
Primo anno di liceo.
Il Classico.
Il Canova.

Mi sveglio al mattino da solo.
Mio padre e mia madre non ci sono.
Non c’è nemmeno la Uno Bianca in garage.
Strano.
Ma non mi preoccupo.
Purtroppo ho imparato fin da piccolo a non chiedermi mai
"Ma dove cazzo saranno finiti i miei?"

Faccio colazione con un prodotto random del Mulino Bianco.
Con il latte e il caffé.

Defeco. Con regolarità svizzera (cit.).
Salgo al piano di sopra.
Mi vesto.
Calzo un paio di jeans Levi’s 501,
una camicia Uniform e un cardigan Best Company.

Un koala mi abbraccia forte, è l’Invicta nero e verde.
"Kaos Organizzato" è la scritta che campeggia sulla fiancata destra.
"We can be Heroes just for one day" sulla fiancata sinistra.
"Skateboarding is not a crime" su tasca centrale bassa.
4 spille dei Beastie Boys.
1 spilla della Def Jam.
Le clip blu di chiusura le ho eliminate.
Serro lo zaino con un moschettone da arrampicata.
Me lo sequestranno due anni dopo, al concerto dei Cure.

Recentemente riflettevo:
Il punto di rottura
che ha fatto sì che non si parli più di Cultura Giovanile
è tranquillamente individuabile.
Quando orde di adolescenti
si sono precipitati a staccare simboli di Mercedes e stemmi Alfa Romeo dalle auto
e a ficcarseli sugli zaini.
Come trofei urbani.

Dal Sanpietrino alla Giulietta.
Dall’Eskimo al "mirino" Mercedes.
Lì, in quel preciso istante, è finito tutto.
Noi staccavamo e morivamo nello stesso momento.
La decadenza è colpa nostra.

Inforco la bicicletta di marca Ceriz.
Credo che mio padre l’avesse comprata all’epoca
da un pusher  di bici Jugoslavo.

Nel 1989 la fermata della corriera
era di fronte l’albergo all’Angelo.
Gestito dal mio idolo di infanzia, Germano.
Aveva un facchino napoletano che lui chiamava "Africa",
e io non capivo il perchè.
L’albergo all’Angelo esiste ancora.
Germano no.

Eravamo soli io e il Favo.
Gli altri nostri compagni di classe delle medie
tutti a Oderzo, dalla parte opposta.
Noi a Treviso.
Cittadini.

40 minuti di corriera.
Scandite dalle fermate della destra Piave.

1) Fagaré

(Nella foto: uno splendido scorcio dell’Ossario)

2) San Biagio di Callalta

(Nella foto: uno splendido scorcio della discoteca Supersonic)

3) Borgo Verde

(Nella foto: uno splendido scorcio verde di Borgo Verde)

Poi.
15 minuti a piedi.
Sfiorando le vetrine di Ferracin.
Città Giardino.
Liceo Canova.

Non conosco nessuno.
E immediatamente la cosa mi fa sentire a mio agio.
Ci piazzano tutti in aula magna.
Devono comunicarci la composizione delle classi.

Quel giorno c’è aria di rivolta.
Treviso-riot.
Mentre il preside comincia con l’elenco delle sezioni viene interrotto.
Si alza un uomo dietro di me.
Imbarazzo.
Si presenta come il signor Zenga.

Ci giriamo in 80 a guardarlo per scrutare
qualche possibile somiglianza con san Walter.
Ci accorgiamo purtroppo che si tratta di un semplice caso di omonimia.
Il signor Zenga urla cose a me incomprensibili.
Parla di una fantomatica sezione B che a causa delle numerose bocciature
si è ridotta a una classe di 13 elementi, tutte donne, tutte disperate.

Il signor Zenga viene sedato.
Il preside continua l’elenco.
Naturalmente sono nella sezione B.

Le mie Timberland da barca solcano la ghiaia del marciapiade
che conduce alla mia sede.
Una signora perde il tacco di fronte a me.
Mi ricordo questa scena perchè quella signora
fu la mia insegnante di greco e latino per 3 mesi.
Fece in tempo a convocare d’urgenza i miei genitori
e a comunicare "Suo figlio se continua così rischia grosso".
Poi morì. Cancro.

Il primo giorno di scuola finì in fretta.
Tornai a casa.
La Uno di mio padre era parcheggiata di fronte a casa.
Mia madre non c’è.
Mio padre mi accoglie sorridente.

"E’ nato tuo fratello"
"Bene".

Stanno suonando per voi i Public Enemy, Bring The Noise

Omen Nomen

Posted by Enricoditvdiari | Brodo | mercoledì 13 settembre 2006 17:52

Che Trieste si stia risvegliando nell’ennesimo capolinea
di un’estate decadente?
No.
Non basta un articolo su Glamour (numero di settembre, decadere per credere)
per farla rialzare.

Soprattutto quando all’interno dell’articolo leggi perle del genere:
"Mi piace Piazza Hortis, sembra di stare a Vienna".

Con la differenza che a Vienna non rischi di sfracellare
il tuo polacchino di vernice nera Paul Smith
in una merda di cane cacata dalla bestia di uno studente
di lettere che gioca nel parco lì vicino e che fa finta di niente.

Trieste per risollevare un’estate indecente
si inventa un festival dei popoli in Piazza San Antonio.

I festeggiamenti in Piazza San Antonio
sono stati fonte costante di ribrezzo sociale.

Ho avuto solo il torto di seguire le orme del mio coinquilino,
direttore di una radio locale, Radio Supponente.
Una radio che quando la ascolti
ti vien voglia di dire "scusa, non son degno".

Sono allo Stand libanese.
Il tessuto dei miei pantaloni Incotex
fa attrito con il prefabbricato in plastica e nylon.
Perfettamente intatto e integro.
Nessun segno di bombardamento.

"Senti ti va dell’hummus?"
"Cosa?"
"Hummus!!"
"E che cazzo è?"
"E’ una salsa fatta coi i ceci per accompagnare i Felafel"
"Scusa ma i felafel non sono fatti coi ceci?"
"Sì"
"Tipo che mangio un pomodoro con il Ketchup?"
"Più o meno"

Assaggio l’hummus.
Hummus.
Tutto il venerdì sera si concentra attorno a questa nuova parola chiave.
Spero esista un tag apposito su Technorati.
L’Hummus fa cagare.
Leggermente meno dei Felafel ma fa schifo lo stesso.

E poi inizia e finisce per consonante.
Io ho una mia classifica personale di odii in base ai nomi.
Adoro i nomi che iniziano e finiscono per vocale.
Enrico.
Se avrò una figlia la chiamerò Ottavia.

Accetto i nomi che iniziano per consonante e finiscono per vocale.
Giovanni.

Se inizi per vocale e finisci per consonante…mhhh…ti tollero a stento.

Ma se inizi per consonante e finisci per consonante
ti odio di default.
Mio padre si chiama Loris.

Deambula con brio: Giungla di Città di Adriano Celentano

Web 2.0

Posted by Enricoditvdiari | Brodo | giovedì 7 settembre 2006 12:34

A novembre festeggio l’undicesimo anno di presenza sul web.
O che dir si voglia, festeggio il mio primo anno di Web 2.0

Al decennale ho fatto alcuni bilanci.
E un po’ di autocoscienza.
Arrivando alla conclusione che in dieci anni ho usato internet soprattutto per:
a) giocare in multiplayer (Huizinga docet)
b) conoscere figa
c) coltivare la mia cinefilia

Con il web 2.0 non è cambiato nulla.
Ho solo inserito nell’ultimo anno una categoria nuova.
d) perdere tempo

Diviso in due sottocategorie decisamente 2.0:

1) perdere tempo su MySpace
2) perdere tempo su YouTube

A volte capita di fare una scoperta inquivocabilmente 2.0,
ovvero scovare uno splendido video YouTube su uno spazio MySpace
di un amico tremendamente 1.1

Grazie al SenorTonto per la segnalazione.


Musica il tutto: Camera Shy dei Lucksmiths

La vera scatola dei segreti – Terza Parte

Posted by Enricoditvdiari | Brodo | martedì 5 settembre 2006 15:09

Mi alzavo poche volte alle otto del mattino.
All’epoca non avevo ancora colto il plusvalore dell’insonnia.

Capitava solo al lunedì per la lezione di Semiologia del Cinema.

Una spruzzata di Dams per noi giovani comunicatori.

Il semiologo ti conquistava, pochi cazzi.
Mi sono innamorato di lui
nel febbraio del 1997.
A lezione.

Quel giorno.
Entra in aula e comincia a parlare di Nirvana di Salvatores.
Poco feedback.
Il Semiologo non capisce.
Nessuno aveva visto Nirvana.
Era nelle sale in quel periodo.
Una stronzetta, novella Hermione, fa notare
che in quei giorni gli studenti non vanno mai al cinema popolare.
Perchè in quei giorni.
C’è Alpe Adria.

Alpe Adria.

Il Festival del Cinema dell’Est.
Il Festival di chi fa della supponenza cirillica un distinguo sociale.
Il Festival di chi "il Tempo dei Gitani è stupendo, l’ho visto almeno 10 volte".

A Trieste i suppo-balcanici si nascondono in ogni dove.
Quelli che:
"Hey ciao, sei stato in ferie?"
"Sì, a Lignano"
"Ah. Mhhh..io invece sono stato tra Pristina e Stenkovec…una figata incredibile!"

Nessuno ha visto Nirvana.
Tutti ad Alpe Adria.
Il Semiologo si irrita.
"Ragazzi, il bello di aver sessant’anni
  è che cominci a non avere più tanto tempo
per perderti in stronzate"

E da lì che ho cominciato a invecchiare precocemente.
E ad amare il Semiologo.

Marzo ’97. Stazione dei treni di San Donà di Piave.
Domenica pomeriggio.
Salgo sul treno.
Non occorreva ancora timbrare il biglietto.
Apro la porta dello scompartimento.
Il Semiologo ha la testa appoggiata al finestrino.
Dorme.
Faccio del rumore simulando di non far rumore.
Per svegliarlo.
Voglio conversazione.
Voglio esibire la mia cinefilia da consumatore di blockbuster.

Ci riesco.
Il Semiologo si sveglia e mi riconosce.
Comincio una blanda discussione su quanto schifo mi faccia
a) il cinema italiano,
b) mimmo calopresti
c) nanni moretti e la Sacher

Il Semiologo si lancia in una dotta considerazione su Bertolucci.
Tocca il tasto dolente del neorealismo.
Parla della sua esperienza francese.
Mi lascia con una frase che sto ancora tentando di decifrare:

"Il treno è come il cinema,
ti siedi e guardi lo schermo".

Felicità.
Felicità è cantare a due voci
quanto mi piaci.

Ti amo Semiologo.
E ti sedurrò.

In prossimità di Trieste sfioriamo vertici lirico-dialettici unici.
La conversazione si sposta sulla mia vita da universitario
anni ’90: problematico, indifferente, blazé.

Gli piaccio questo è sicuro.

Scendiamo dal treno.
Camminiamo accanto.
Felicità.
Felicità è restare vicini
come bambini.

Ci parliamo.
Le nostre parole sono coperte da un forte abbaiare.
Sempre più forte.
Cani del cazzo.
Alziamo la voce.
E’ un idillio.
Ma il cane abbaia sempre più forte.
Mi giro con lo sguardo.
Scorgo un lupo a guinzaglio che mi punta.
Il Semiologo non capisce.
Io sì.
Il cane lupo si avvicina.
Allunga le sue zampe sul mio busto.

"Mi scusi può accostare per cortesia?"
Un carabiniere mi prende sottobraccio e mi fa uscire dalla fila del binario.

Il Semiologo procede incurante.

Il pezzo di fumo della sera prima ero convinto di averlo lasciato
negli altri pantaloni.
A sigaretta, grigi, D&G.

La débacle la musica David Bowie con Life on Mars