Non comunicare – Secondo di Tre Atti

Posted by Enricoditvdiari | Brodo | mercoledì 26 luglio 2006 12:36

Mia madre oggi è preoccupata.
Parecchio preoccupata.

E la capisco.

Ho effettivamente esagerato con gli squilli ieri notte.
L’ho svegliata 4/5 volte dalle due alle tre di notte
mentre su Sky trasmettevano NY Yankees vs Texas Rangers.
Senza commento audio.
Con il fermo immagine del punteggio durante le pause pubblicitarie americane.
Mi annoiavo.
E squillavo il telefono di casa dei miei per ingannare il tempo.

Sono reduce da un fine settimana fitto di impegni.
Buffet con Maria Teresa Ruta, feste in spiaggia e conferenze di blogger
che parlano di blog.

Quando un blogger parla di blog mi annoio.
Vorrei aprire un blog che parli di blogger.
Di quanto siano tendenzialmente sfigati.
Autoreferenziali.
Spocchiosi.
Relativisti.
Di come affondino le proprie radici culturali dal 1994 in poi.
Di come leggano tutti le stesse cose.
Di come commentino tutti le stesse cose.
Di come abbiano il culto del software.
Di come vogliano rivendicare seccati che il "po po po popo" dei mondiali, sia in realtà
un pezzo dei White Stripes.
Di come si preoccupano dei commentatori.
"Eh la gente mi commenta nella maggior parte dei casi perchè vuole visibilità".
Stronzate simili, sentirle a una conferenza fa male.
Come fa male scoprire che al mondo ci sia spazio e seguito
per una cazzata simile.

Ti chiedi perchè ti abbiano invitato a questa conferenza.
Ti chiedi soprattutto perchè ci sei andato.

Forse perchè era la prima volta a Trieste che si parlava di blog.
Io nel valore della verginità credo ancora.
Io nel valore dell’incomunicabilità credo ancora.

E mi allineo così al pensiero del più grande sociologo vivente:
Lui,
Joan Lui

Musica il post la malinconia acida di Sergio Endrigo

La televisione – Primo di Tre Atti

Posted by Enricoditvdiari | Brodo | martedì 25 luglio 2006 16:12

Alle porte di Trieste.
Invitato a un Premio.
Si premiava la qualità televisiva.

Mi siedo in seconda fila sfoggiando un infradito Woolrich,
un jeans grigio chiaro di Helmut Lang e una polo Fred Perry.
La Fred Perry è la stessa che indossa Demon Albarn nel video “Tender”.
Scollata a V.

Mi puzzano orrendamente le ascelle.

Post-it: ricordarsi di eliminare l’Infasil e ritornare a qualcosa
di più duraturo e gradevole, tipo un Breeze per capirci.

A presentare la serata: Marta Flavi.
Due colpetti…

E’ il momento degli ospiti sul palco.
A turno:

– Sale sul palco Luciano Rispoli
“la televisione di qualità vince sui 3/4 della televisione che fa schifo perchè
la televisione di qualità è la televisione di qualità”

Da lontano mi appaiono tre figure femminili.
Non so se sto sognando forse sì.
Hanno un’aura mitologica.
Attorno sento uno strano odore. Lo riconosco.
Odora del fumo che ogni tanto sparano sulla pista da ballo

– Sale sul palco Enrico Bertolino
“la televisione di qualità si fa investendo sugli autori e non utilizzando i format che uccidono la creatività”
Segue: battuta
Aahahahaah
Segue: contro-battuta
Contro-ahaahhaaha

Le tre figure femminili si avvicinano.
Sto sognando a occhi aperti.
Una delle tre figure è una donna di colore.
E sento un fievolissimo sottofondo musicale che le accompagna.

– Sale sul palco Jacobbi
“la televisione di qualità è una televisione che sa divulgare senza annoiare ma senza
perdere credibilità”
Segue: aneddoto divertente sulle persone che credono di avere poteri ESP
Il regista manda una batteria di risate finte:
Aahahahahah

Le tre muse si fermano.
Stanno volteggiando nell’aria.
Sono ancora distanti ma percepisco chiaramente che mi fanno
un cenno con la mano destra.
Sento una voce sfumata “Come here Enry…Come here…”

– Sale sul palco Alessandro Cecchi Paone
“La televisione di qualità è vincente perchè il pubblico si merita di più e noi il pubblico lo rispettiamo”
Segue aneddoto sulla sua tirata ai Telegatti contro il Grande Fratello.
Altra batteria di risate finte.

Le tre muse volteggiano attorno alla testa di Cecchi Paone.
Parlano tra di loro:
“who is this?”
“don’t know, in italy it’s called -omoaffettivo- i believe it stands for tv host”
Tutte e tre tengono un microfono in mano.
La musica si fa più percebile.
Ma ancora non la riconosco.

La serata finisce.
Torno in macchina a Trieste.
Mi accompagnano un famoso psicologo
e la sua dolce metà.
Si dibatte.
Io mi chiedo semplicemente chi può stabilire
cosa è qualità e cosa non lo è.
Il mio dubbio irrita la coppia.
Mi sorbisco 10 minuti di tirata anti-televisiva.

Una delle tre muse mi appare accanto all’orecchio.
“Hi Enri, I’m Keisha”
Keisha.
Il nome non mi è nuovo.
“Can I Sing a Song for you? I wanna save you from this decadence”

“Yes, of course”
Lo psicologo mi guarda perplesso.
“Of course cosa?”
“Niente dicevo che sono d’accordo”
La donna dello psicologo si infiamma.
La televisione attuale è una merda.
E’ tutta pubblicità.
E’ piena di puttane che la danno via per un posto al sole.
Poi si gira.
Mi guarda.
E porta all’apice il climax.
“La televisione ormai è solo fatta dalla merda dei reality”
A me.
“E’ vero hai ragione”

Keisha comincia a cantare sempre più forte.
Accompagnata dalle altre due muse.
Mi giro e sorrido loro.
Cazzo, sono le Sugarbabes!!!!!
Amelle e Heidi mi prendono per mano
mi fanno volare fuori dalla macchina.
Mi trasportano in cielo sulle note di Push The button.
Mi offrono un microfono.
E mi materializzo sul cubo del Fabric, Londra.
Comincio a cantare:

I’m busy showing him
what he’s been missing
I’m kind of showing off
for his full attention
My sexy ass has got him in the new
dimension
I’m ready to do something to relieve this
mission

Il sound cool degli Interpol si frappone tra me e il tubo catodico

Dimagra

Posted by Enricoditvdiari | Brodo | sabato 22 luglio 2006 14:31

C’è un sito imbecille.
Ce ne sono tanti.
Questo sito imbecille offre consigli per diventare una star del mondo dei blog.
Offre un decalogo.
Una delle voci del decalogo ti ammonisce che quando ti manca la vena creativa,
non devi lasciare il blog “in bianco”.
Divertiti con i tuoi utenti.
Inventa una classifica.
Fatti suggerire un posto dove andare in vacanza.
Consiglia o fatti consigliare un libro.

Stronzate per narcisisti autoreferenziali.
In poche parole: “il male”.
Perchè non sei più tu a possedere il mezzo.
Ma il mezzo a possedere te.

E mi trovo nella condizione di pensarci due o tre volte
prima di fare un post breve.
Un post dove voglio semplicemente consigliare un libro.
“Che Enrico sia in crisi creativa?”.
E solo per aver consigliato un libro.
L’audience mi terrorizza.
E mi mette ansia.

Stamattina uso la bici per smaltire l’hangover.
Senza risultati.
Un sandalo Givenchy nella vetrina di Karma mi scuote.
E’ in saldo.
E’ magnifico.

Punisco la sfortuna di essere nato uomo pedalando in libreria.
La libreria più radical chic di Oderzo.
Toni soffusi.
Musica indiana a rincoglionire me e l’ambiente.
Mi infastidisco.
Me ne vado.

Con la coda dell’occhio afferro un titolo che stava sfuggendo.
E’ accanto alla cassa.
“Senza nome” di Martina Moras.
In copertina c’è un particolare della Psiche Svenuta.
Io adoro il Neoclassico.

Registro il titolo dell’opera e il nome dell’autrice, una mia ignota compaesana.
Mi dirigo nella libreria concorrente.
E lo acquisto lì.
Punisco così i radical chic.
Riequilibrare la bilancia della giustizia con la vendetta,
fa sparire l’hangover.

Il libro l’ho appena finito.
Nonostante la prosa ingenua e a tratti troppo naif,
il libro è tragico e splendido.
E io non ho una crisi creativa.

A Prayer for England dei Massive Attack fa da cornice al tutto

Vita da Star

Posted by Enricoditvdiari | Brodo | venerdì 14 luglio 2006 12:52

Salgo sul treno.
Faccio il viaggio in uno scompartimento dove non funziona l’aria condizionata.
Io odio l’aria condizionata.
E adoro sudare.
Non facendo sport è l’unico modo per eliminare tossine.
E agitare il ventaglio è un piacere unico.

Faccio il viaggio con un esercito di germi che i nuovi sedili Trenitalia
riescono a trattenere a sé con straordinaria efficacia.
Ma ci convivo.

Apro lo zaino Mandarina Duck ed estraggo merda-book.
Purtroppo sono uno dei quei fastidiosi individui che usano il portatile in treno.
Ma lo uso come lettore Mp3.
Faccio girare l’ultimo Cd degli Hot Gossip.
Accompagnano la lettura de “La controcultura in Italia dal ’66 al ’77”.
Mi piace.
Simpatizzo per i Dada-Maoisti.
Ma è troppo sintetico e poco esaustivo.

Ho l’ansia da coincidenza.
Ho sette minuti per scendere e risalire su un altro treno.
Ansia.
Fermo la controllora.

“Controllora” e non “Controllore donna” è un omaggio a Luisa Muraro e alla linguistica femminista.
Enrico Papi a Sarabanda ha anticipato i tempi della rivoluzione linguistica: “La Professora” era il mio idolo.

Fermo la controllora.
Si gira e mi sorride.
Le spiego e mi sorride.
Mi rassicura. Gentile. Molto gentile.

“Mal che vada chiamiamo il capotreno e gli diciamo che ti aspetti”

In dodici anni di semi-pendolarismo è la prima volta che mi capita.
Gentilezza ed efficienza.
Sono sconvolto.
Frugo le tasche dei miei bermuda “Tiger Woods by Nike”
e ingoio una pastiglia all’aglio. Mi serve per abbassare la pressione
E a superare lo shock.
Aglio 4 – Lexotan 0.
Di solito.

Il treno accumula ritardo.
E la pressione non scende.
Anzi.

Torno dalla controllora. Mi vede da lontano.
E quando mi piazzo innanzi a lei ha già il cellulare in mano.
Sta chiamando il capotreno.
Gli intima di aspettarmi.
Sorride.
E conclude la chiamata.

“Enrico stai tranquillo che ti aspettano”.
Enrico.
Ok sono un pendolare da tanti anni.
Ma dubito che questo legittimi una mia schedatura presso Trenitalia.
Enrico.
Il mio volto è perplesso.
Lei se ne accorge.
“Sono una tua fan. Piacere, Manuela”.

Sussurra il suo canto Gary Jules con Mad World

Una cedrata Tassoni, grazie!

Posted by Enricoditvdiari | Brodo | lunedì 10 luglio 2006 13:16

Il grande rammarico è non aver completato quello del 1982.
Quello del 1986 è perfetto. In ottime condizioni e completo di ogni pezzo.
L’album Panini dei mondiali era la giusta chiusura dei miei piani quadriennali.

In casa si tifava Italia e Russia.
Durante il grande concorso Ferrero “Vinci Campione” con la raccolta punti
ho ordinato la maglia rossa con stampa bianca CCCP.
Merendine e Sovokoz.
Fiesta e Zavarov.

Nel luglio 1982 eravamo nucleo famigliare instabile.
Avevo sette anni. Ed ero solo.
Mio fratello mi avrebbe detronizzato 7 anni dopo.
Vivevo in appartamento nel classico condominio a nido d’ape terribilmente Senventies nel centro di Ponte di Piave.
Il concetto di bi-famigliare non era ancora entrato nella mente di mio padre e di mia madre.
Non avevamo un giardino.
Non avevamo animali.
Insomma: ero felice.
Resto dell’idea che non avere animali sia un’ottima cartina tornasole della solidità del nucleo di socializzazione primaria.
Senza animali non hai alibi. Non puoi antropomorfizzare cani e gatti e trasferirci amore coniugale.
O ti ami o ti lasci. Con un chiwawa in mezzo ai coglioni o con una siamese il discorso si fa più complesso.

Nel luglio 1982 ero convinto che le mie due maestre avessero qualcosa di nascosto. Una doppia vita.
In quell’estate la Sanson lanciò due nuove coppe di gelato:
1) Tiziana
2) Elide
Come il nome delle mie due maestre.
La coincidenza mi inquietava.
E mi porto appresso tuttora il mistero.

Nel luglio 1982 le icone di casa erano principalmente due:
Berlinguer per mio padre.
Pujatti per mia madre.
Pujatti, detto “il professore”, un pediatra che mi aveva in cura e che mia madre aveva eletto a mentore e a elemento risolutore delle mie innumerevoli malattie.

Nel luglio 1982 ero appena uscito da due mesi di ospedale.
“Il professore” avrebbe dichiarato qualche mese dopo il mio “rilascio”
che ero uno dei primi casi in Italia di Mononucleosi.
Alla Mononucleosi si sommava una rara forma d’afta che ho rinunciato a guarire
qualche anno fa.

Se qualcuno si sta preoccupando: no, non è contagiosa in nessun modo.

Mia madre mi brandiva come un trofeo ospedaliero.
I compagni di classe mi mandavano lettere meravigliose.
La Tatiana del secondo banco mi mandò un disegno a pastelli Giotto
che rappresentava me in Tight e lei in abito da sposa bianco.

La Tatiana ora è sposata.
Non con me.
Con uno della pro-loco del mio paese.
Non indosserei mai un Tight al mio matrimonio.
Forse in Panama, ma devo ancora decidere.

Nel luglio 1982 mio padre guidava una 127, rossa of course.
Con il traino per la roulotte. Mio padre aveva la roulotte.
La usò solo una volta per fare il giro della Corsica.
Un mese di vacanza.
Continuavano a ripetermi che le foreste di Eucalipto
e la carne di Cinghiale mi avrebbero fatto bene, molto bene.
Quella vacanza non la dimenticherò mai.
Da piccolo ero un appassionato di aquiloni.
Avevo comprato per l’occasione l’aquilone di Batman.
L’avevo portato con me in Corsica con il sogno di farlo volare alle Bocche di Bonifacio.
Se volete un consiglio spassionato
non fate mai volare un aquilone alle Bocche di Bonifacio.

Nel luglio 1982 mio padre guidava una bicicletta.
Rosa.
Eravamo gay friendly già da tempi non sospetti.
Mario Mieli e Angelo Pezzana erano di casa.
La bici era una bici da panettiere.
Io di solito montavo sul manubrio.
I freni erano meccanici.

Quella sera salii sul manubrio piuttosto felice.
Mio padre mi aveva consegnato tre palloncini:
uno rosso, uno bianco, uno verde.
Tutta Ponte di Piave era in piazza.

Guidava i festeggiamenti ‘Rigo, edicolante fascista.

Indossavo un paio di calzoni corti Americanino,
un paio di Kickers colorate e una Lacoste bianca.

La sinfonia è tratta dal Prince Igor. Più precisamente si tratta del prologo di Alexander Borodin

Trovo molto interessante la mia parte intollerante

Posted by Enricoditvdiari | Brodo | martedì 4 luglio 2006 14:54

Non parlo mai di Trieste.
A Trieste non vivo.
Sopravvivo.
La mia Heimat è un’altra.
Quel limbo di terra a sinistra del Piave.
Quella è casa mia.

A Trieste sono di passaggio.
Da 10 anni.
Ma sono di passaggio.

Soprattutto dopo che hanno deciso di levare dalla mia vetrina preferita
un top bianco di Chloé che da un paio di giorni mi gusto incantato durante la strada per l’ufficio.

E’ tempo di rimediare dedicando a Trieste i miei ultimi update:

1) Ho partecipato alla mia prima esterna in qualità di EnricodiTvDiari.
Mi hanno invitato a una premiazione di un torneo di calcetto di un quartiere,
poco distante da casa mia.
Allego foto.

Il prossimo obiettivo della mia scalata al successo è la Sagra dei Oséi a Sacile.
E il Sardòn Day sempre a Trieste.
Se qualche pro-loco interessata fosse in ascolto, avviso che la mia tariffa è una grigliata mista con contorno.
Le patatine no. Grazie davvero ma hanno un impatto glicemico che non posso permettermi.

2) L’altra sera, quasi per caso, passo accanto a un celebre bar della pseudo movida triestina.
Odio questo bar.
E’ frequentato dalla top three delle sottoculture che non tollero:
a) Capoeristi e simpatizzanti rasta che si preparano al SunSplash
b) Punkammerda Mittleuropei con cani Mittleuropei
c) Giovani studenti universitari cuiosandalati che vogliono Bolognesizzare Trieste

Odio il gestore di questo bar.
Tutto risale a tre anni fa, all’estate di tre anni fa.
Quando esco dall’ufficio stanco e affamato.
Senza aver consumato il giusto numero di proteine durante lo spuntino pomeridiano.
Nervoso.
Mi dirigo al decadence-bar invitato per un aperitivo.
Entro.
Io non sopporto il cibo etnico.
Se poi il cibo etnico è composto da un carboidrato complesso come il cous-cous
è una tragedia.
Ma ho troppa fame.
Alzo la testa, mi appare il fantasma di Barry Sears.
Mi guarda torvo. Mi chiede cosa ho mente di fare.
“Barry, scusa ma non ce la faccio proprio”.

Afferro un timido piatto di cous-cous e porto alla bocca un Sauvignon ’94.
In quel momento passa il gestore.
Mi guarda.
Lo guardo.
E’ nano e abbronzato e indossa una camicia militare a manica corta.
Io in jeans e t-shirt Paul Smith.
Passa innanzi.
Poi si volta, mi fissa serissimo e mi fa con tono seccato:
“Ciò xé mejo essere ciari, no te son qua pa far zena”.
(Hey è meglio essere chiari ed esaustivi non sei qui per cenare).
Mi indica il piatto di cous-cous.
Io divento rosso a sfumatore viola.
Credo di volere la sua morte in quel preciso istante.
Io, io che incrocio le posate come si insegna all’Accademia di Modena.
Io, io che quando chiamo al telefono dico sempre “Ciao, ti disturbo?”
Io.
Io sto per passare come uno scroccone da aperitivo.
Come un white collar milanese affamato.
Come il simbolo della precarietà postmoderna (e insisto…) di chi non ha soldi per andare fuori a cena
e si ciba con il TUO stracazzo di cous-cous gentilmente offerto.
Tu meriti di essere punito.

Non consumo in quel bar da tre anni.
Fino all’altro giorno.
Passo accanto al bar e noto che a un metro dal bancone esterno che dà su Piazza Unità
hanno aperto un altro bar. Un chiosco.
E’ affollatissimo.
E io godo.
A questa scoria sociale hanno aperto un locale accanto, a un metro.
E io godo.
Decido di festeggiare l’imminente fallimento avvicinandomi al banco del chiosco.
Deposito il mio gomito sulla superficie in metallo.
Con la mano destra agito il ventaglio, mio personalissimo accessorio dell’estate 2006.
Ordino un Martini con succo d’arancio.
Interagisco col servo che mi porge il drink.
“Avete aperto da molto?”
“Una settimana”
“Beh vedo che funziona, complimenti”
“Speremo che duri ah…”
“Ma se portate via clienti al bar accanto come fa a non durare?” Dichiaro soddisfatto.
“Ah ma guarda, tanto la xé la stessa proprietà, solo che qua costi de pì aahhaha”.
Il chiosco è dello stronzo.
Il drink costa due euro in più.
Covo risentimento e rabbia.
Non riesco a trovare pace nemmeno palpando lo splendido tessuto della mia nuova camicia Dries Van Noten.
Non posso nemmeno fare lo squillo notturno a casa dei miei. Sono in ferie.
E svegliare mio fratello non ha senso.
Ha cominciato un lavoro estivo no-sense.
Portarlo all’entropia sarebbe troppo.

Ho decisamente perso.

3) Parlare di calcio è out.
Parlare di mondiali è out.
Si rischiano vette di delirio inaudite come mia madre
che mi chiama ed esordisce glorificando le prodezze di Gigi Buffon.
“Senza di lui non ci saremmo nemmeno qualificati a sti mondiali”
“Mamma, noi eravamo qualificati di diritto”
“Ah sì?”
“Sì perchè siamo arrivati secondi agli Europei contro la Francia”
“Ah già”
“E passavano ai mondiali le prime due degli Europei”
“Ah, no savevo”

4) Tifare contro l’Italia è out.
Tifare a favore del Brasile è il male assoluto.
A Trieste c’è un gruppo di fanatici che ballano la capoeira.
L’arte marziale brasiliana.

Il problema è che sono come gli utenti Apple.
Rompono i coglioni al prossimo.
Ballano la Capoeira su ogni superficie.
L’altro giorno ho visto un capoerista perire facendo la ruota sulla sella del motorino.
Mentre guidava.

Tu sei fuori al bar, hai una coca light in mano.
Fa caldo.
Boccheggi.
E…pouff…un capoerista ti sfiora facendoti una ruota accanto.

L’altro giorno ero al Montuzza. Il campo di calcetto gestito dai frati.
Il solito inetto spedisce il pallone fuori dalla rete di protezione.
Classica pausa: “bambino scusa ci vai a recuperare il pallone?”
Due capoeristi in squadra approfittano della pausa per fare una decina di rode.
Il frate era sconvolto.

I Capoeristi tifano brasile.
Hanno un punto di ritrovo per le partite: il Chiosco Brazil.
Gestito da due sloveni.
All’est ci vedono lungo.
Bastano due bandiere e inventarsi un’origine brasiliana e il business è fatto.

L’altra sera sono passato in macchina di fronte al chiosco.
L’mp3 della Marsigliese a volume altissimo.
Cara vecchia Europa 1 – Drammatiche conseguenze della globalizzazione 0

Musica questo post: Turn the Page di The Streets